L'origine della tortura



La parola “tortura” deriva dal latino torquere, cioè torcere il corpo. Con questo termine s’intende ogni forma di coercizione fisica applicata a un imputato, più di rado a un testimone o ad altro soggetto processuale, allo scopo di estorcere una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti verificati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio.

Tale pratica è antica quanto l’uomo, poiché le prime tracce risalgono già agli antichi Egizi che usavano metodi crudeli (soprattutto bastonate e frustate) per intimorire, punire o far confessare i malfattori o i nemici.

La tortura prese poi sempre maggiormente piede con il cammino dell’uomo nella storia, fino ad arrivare ai Greci, con tracce presenti sia nella mitologia (un esempio è il “letto di Procuste”), sia nella storia, con la comparsa della gogna. Da notare come tale pratica era riservata ai soli schiavi e non ai cittadini.

In epoca romana, invece, si estese, soprattutto in epoca imperiale, anche ai cittadini nei casi di tradimento.

Divenne, con il tempo, uno strumento giudiziario perfettamente legale: nel diritto romano la confessione era indispensabile per formulare una condanna: la flagellazione era il metodo più utilizzato, come ben testimoniano i brani dei vangeli riguardanti Gesù Cristo e Paolo di Tarso (sebbene il provvedimento, in quest’ultimo esempio, non venne eseguito, poiché egli si dichiarò cittadino romano, status che prevedeva una procedura giudiziaria diversa).

Tale pratica continuò nei secoli del Medioevo, accentuandosi nel Rinascimento e nell’Età Moderna con il propagarsi dell’inquisizione - soprattutto quella spagnola ad opera di Torquemada, la quale aveva un ruolo leggermente diverso in quanto l’inquisitore aveva giurisdizione anche nei processi civili ed era scelto direttamente dal re - e della caccia alle streghe, fenomeno che prese piede per lo più il periodo rinascimentale e del 1600 e interessò maggiormente i paesi protestanti.

Bisogna notare come tale pratica non era lasciata alla libera azione del carceriere, ma seguiva delle regole ben precise in quanto era il tribunale a decidere il tempo, le modalità sotto il controllo di un medico.

 Queste circostanze videro lo sviluppo di strumenti di tortura sempre più complessi al fine di ottenere confessioni, i quali, con il passare dei secoli, stimolarono la fantasia dei più, soprattutto nell’Ottocento, quando questo fenomeno portò addirittura all’invenzione di macchine e strumenti rivelatisi poi dei falsi. Un celebre esempio è la famosa cintura di castità.

Bisogna però sottolineare come, a differenza dei processi civili, la tortura fosse l’ultima risorsa da utilizzare all’interno di un processo inquisitorio, poiché l’inquisitore cercava la redenzione dell’incolpato con altri mezzi prima di arrivare alla sala di tortura, circostanza che avrebbe significato la sconfitta dell’opera di persuasione da parte dell’inquisitore stesso. Un caso famoso a riguardo è quello di Giovanna d’Arco nel 1400, la quale, nonostante il momento storico e il processo inquisitorio con accusa di stregoneria, non varcò mai la porta della sala delle torture, in quanto ciò venne ritenuto un passaggio superfluo ai fini del processo.

Tale pratica cominciò ad essere condannata nell’Illuminismo, un esempio lo si trova nell’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”, e inizia ad essere ampiamente abolita a partire dal 1800.

 

 

 

 

 

 

 

 


Bibliografia

Beccaria C., “Dei delitti e delle pene”, Mondadori, Milano – Napoli, 1991

Scott R. G., “Storia della tortura”, Mondadori, Milano, 1999.

“Bibbia TOB”, Elledici, Leumann (TO), 2010.

Sitografia

Testa P., “La giustizia nell’Antico Egitto” in www.Letture.org   

Barbero A., “La santa inquisizione” https://youtu.be/UhsWI7m6080

Barbero A., “Giovanna d’Arco” https://youtu.be/--AoxM-hick

 


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